Vox – Christina Dalcher | Recensione

Titolo: VOX

Autore: Christina Dalcher

Prezzo: 19,00 – Pagine: 409

Casa editrice: Nord

Keywords: donne, maschilismo, ricerca

Voto: 4/5


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Jean McClellan è diventata una donna di poche parole. Ma non per sua scelta. Può pronunciarne solo cento al giorno, non una di più. Anche sua figlia di sei anni porta il braccialetto conta parole, e le è proibito imparare a leggere e a scrivere. Perché, con il nuovo governo al potere, in America è cambiato tutto. Jean è solo una dei milioni di donne che, oltre alla voce, hanno dovuto rinunciare al passaporto, al conto in banca, al lavoro. Ma è l’unica che ora ha la possibilità di ribellarsi. Per se stessa, per sua figlia, per tutte le donne. Ogni giorno pronunciamo in media 16.000 parole. Parole che usiamo per lavorare, per chiacchierare con gli amici, per esprimere la nostra opinione. Ma, se non facciamo sentire la nostra voce, ci rimarrà solo il silenzio…


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Bel libro, ma mi aspettavo di più. Partiamo dal presupposto che la cosa che più mi ha attratto di Vox è stata l’idea di base: mi sono chiesta come l’autrice avesse potuto creare una storia intorno ad un personaggio come quello di Jean, che ha a disposizione soltanto 100 parole al giorno. Un’idea geniale! Eppure…

Jean, moglie, e madre di 4 figli (di cui una femmina, Sonia) è una linguista, costretta a portare al polso un “braccialetto” che conta le parole che la donna pronuncia. Se le parole superano il numero 100, il dispositivo invia una scarica elettrica che aumenta di potenza ogni volta che viene superato di un tot il limite. Tutte le donne, e le bambine, degli Stati Uniti devono sottostare a questa disposizione; inoltre non possono leggere, scrivere, telefonare, lavorare, uscire dagli Stati Uniti e comunicare con linguaggi non verbali. Il loro unico compito è badare alla casa e alla famiglia.

Forse è questo che capitato in Germania coi Nazisti, in Bosnia coi serbi, in Ruanda con gli hutu. Mi sono chiesta spesso come facciano dei ragazzini a diventare dei mostri, come imparino che uccidere è giusto e l’oppressione legittima, come faccia il mondo a essere stravolto fino a diventare irriconoscibile nell’arco di una sola generazione.

Il problema è che questa situazione viene snocciolata principalmente nella prima parte del libro e non in seguito. Leggendo queste pagine il lettore prova rabbia, frustrazione, ed entra subito in empatia con questa donna, agevolato anche dalla narrazione in prima persona. Molte domande affiorano durante la lettura, e in questo caso sembra che sia l’autrice ad avere un contatore per le risposte, che infatti le diluisce nelle pagine, esponendole a volte in modo un po’ troppo celato. Trattandosi di un distopico, si prende per buono ciò che la scrittrice propone; ciò non toglie che una maggiore chiarezza e un altrettanto approfondimento di alcuni aspetti, fin dall’inizio, avrebbero chiarito ulteriormente determinate situazioni. I flashback, però, ci vengono in aiuto e permettono di ricostruire non solo parte della storia, ma anche il background di alcuni personaggi, vista la caratterizzazione davvero minima.

E’ arrabbiato, ferito e frustrato, lo so, però nulla di tutto questo giustifica le parole che escono dalla sua bocca subito dopo, le uniche che non sarà mai in grado di rimangiarsi, le uniche che affondano più di qualsiasi scheggia di vetro. “Lo sai, a volte mi domando se è meglio quando non parli.”

La religione, il maschilismo e l’omofobia, prendono il sopravvento in questa società governata dai “Puri”, che toglie alle donne ogni diritto e condanna omosessuali, adulteri e traditori, ai lavori forzati in altre città. Quando alla protagonista viene richiesto di collaborare alla realizzazione di un siero in grado di agire sull’area di Wernicke per guarire dall’afasia, le viene anche offerta la possibilità di passare un periodo di tempo senza il bracciale. Accetterà?

E poi mi piace guardare le donne italiane. Parlano con le mani, con tutto il corpo, con tutta l’anima. E cantano.

Da qui, mi dispiace ammetterlo, è come se iniziasse un altro romanzo, molto più caotico e misterioso. Il linguaggio semplice si arrichisce con termini scientifici, e dalle mura domestiche si passa ai freddi laboratori in cui, tra l’altro, si pratica la sperimentazione animale. L’azione, in questa seconda parte, la fa da padrone e il ritmo diventa sempre più incalzante, se non addirittura frettoloso, sul finale.

Mostri non si nasce, si diventa. Pezzo dopo pezzo, arto dopo arto, creazioni artificiali di uomini folli che, come l’incauto Fankenstein, credono sempre di saperla più lunga degli altri.

L’aspetto veramente importante di Vox è la capacità di far riflettere su tanti temi della nostra quotidianità che diamo per scontati. Solo per questo gli avrei dato 5 stelle. Il problema è lo sviluppo, che non mi ha convinto, causando conseguentemente un abbassamento dell’interesse e dell’attenzione. Darei 3 stelle e mezzo, in sincerità; ma visto che devo arrotondare, lo faccio per eccesso, così non vi spaventate e gli date un’occasione, che comunque merita.

Perche il male trionfi è sufficiente che i buoni rinuncino all’azione. – E. Burke


Christina Dalcher, è laureata in Linguistica alla Georgetown University con una tesi sul dialetto fiorentino. Ha insegnato italiano, linguistica e fonetica in diverse università, ed è stata ricercatrice presso la City University London. Vive negli Stati Uniti e, quando è possibile, trascorre del tempo in Italia, soprattutto a Napoli. Vox è il suo romanzo d’esordio.


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