Recensione “Storia di una capinera” – Giovanni Verga

divisiore recensioni9788807901850_0_0_1551_80Titolo: Storia di una capinera

Autore: Giovanni Verga

Pagine: 106

Prezzo: 1,99 ebook

Casa editrice: Feltrinelli

Genere: Classici

VOTO: votovotovotovotovoto

DESCRIZIONE:

Storia di una capinera è il primo, già straordinario, romanzo di Verga. Pubblicato nel 1871 e scritto due anni prima, tramite una forma epistolare dominata alla perfezione ci tuffa nel cuore pulsante di un’anima prigioniera.

Maria, una ragazza costretta dalla famiglia a chiudersi in convento in assenza di qualsiasi vocazione, durante una breve permanenza in campagna avvia con l’amica Marianna una corrispondenza che diviene per lei l’unico modo di dar sfogo ai suoi molti turbamenti. Respirando finalmente un’aria non compressa all’interno delle mura del convento, Maria scopre l’esistenza di un mondo più ampio, più inebriante, più vivo. E, soprattutto, scopre l’esistenza e l’essenza dell’amore, un sentimento che, costretto a nuotare controcorrente, la sconvolgerà per sempre.

RECENSIONE:

Drammatico! Bellissimo, emozionante, commovente…ma angosciante! L’ho scelto dopo aver letto l’introduzione in cui Verga parla di una capinera chiusa in gabbia, ma non avevo mai sentito parlare di questa storia e nemmeno avevo letto la trama.

Il romanzo è composto solamente di lettere che Maria, educanda nel convento di Catania, destinata a diventare monaca di clausura, scrive alla sua migliore amica e compagna di convento, Marianna. Le due si separano a causa dell’epidemia di colera che colpisce la città ed ognuna ritorna a casa dalla propria famiglia, iniziando così la corrispondenza. Maria torna a casa del padre a Monte Ilice, in cui vive con la matrigna, la sorellastra Giuditta e il fratellastro Gigi. Dopo la morte della madre, Maria viene mandata in convento all’età di 7 anni e cresce con l’idea che tutti i “piaceri” della vita siano peccati. In quei giorni a casa del padre la ragazza scopre la natura, il canto degli uccelli, i paesaggi “senza sbarre”, i balli, i canti; il tutto anche grazie ai Valentini, una famiglia trasferitasi momentaneamente a Monte Ilice per sfuggire il colera, che la coinvolgono nelle loro gite e attività. Annette e Antonio sono i figli dei signori Valentini ed è proprio con Antonio che Maria prova sensazioni sconosciute a cui non riesce a dare un nome. Nelle lettere a Marianna parlerà addirittura di malattia, a causa dei sintomi fisici che queste emozioni le scatenano. Finito il colera però è tempo che tutto ritorni alla normalità…ma siamo sicuri che per Maria la normalità sia tornare in convento?

Ci son dei momenti in cui questa folla di pensieri fermenta, e mi riempie la testa di vertigini, m´inebbria, mi stordisce. Son folle, tutte queste nuove sensazioni saranno troppo violente per me, abituata alla pace ed al raccoglimento claustrale.

Il romanzo viene definito epistolare, ma essendo che le lettere di Marianna non vengono mai riportate, sembra più un diario, una raccolta di pensieri. Non ci sono narrazioni esterne. Tutta la vicenda viene descritta attraverso le lettere di Maria scritte a Marianna alla quale si rivolge non solo per raccontarle i fatti ma anche per “confessarsi”.

Cento volte ho passato la sera a fantasticare fissando da lungi qualche lume che brillava in qualche camera lontana… a tentare d´indovinare tutti gli affetti, tutte le cure, tutti quei piccoli dispiaceri che alla povera anima mia sembrano un´altra delle felicità domestiche, i discorsi, le parole che probabilmente si passavano attorno a quel lume solitario… Ma quella finestra aveva un riverbero infuocato… non poteva fissarla senza sentirmi ardere tutte le vene… Lui! Lui! La sua casa… tutto quello che c´è nella sua casa, nella sua vita, nel suo affetto, tutte le serenità della pace, tutte le benedizioni della famiglia.

E’ un libro toccante. Verga descrive alla perfezione gli stati d’animo di Maria, e ci trasporta nella sua mente, facendoci sorridere e disperarci insieme a lei. E’ un libro che trasmette angoscia, ma che allo stesso tempo valorizza le emozioni più semplici, quelle che a volte sottovalutiamo e dimentichiamo di provare.


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