La locanda degli amori diversi – Ito Ogawa | Recensione

Titolo: La locanda degli amori diversi

Autore: Ito Ogawa

Pagine: 320

Prezzo: 17 euro

Casa editrice: Neri Pozza

Genere: Narrativa

 

 

In piedi sulla banchina del treno, Chiyoko se ne sta immobile, incapace di muovere il passo decisivo che la separa dai binari. Non ha nemmeno vent’anni, indosso la divisa da liceale e sul viso l’aria apatica di chi non ha ormai alcun rimpianto. A Izumi, trentacinquenne separata che ogni sera alla stessa ora rientra dal suo lavoro part-time, basta uno sguardo per comprendere quali siano le intenzioni di quella ragazza dagli occhi limpidi come quelli di un cerbiatto. La afferra per un braccio e, con un gesto disinvolto, la tira verso di sé, salvandole la vita. Per Izumi, Chiyoko è solo un’estranea, eppure le viene spontaneo invitarla a cena nella propria casa e rivelarle gli aspetti più intimi della propria vita, come il fatto che il marito l’abbia lasciata sei mesi prima e lei ora viva sola con il figlio Sosuke di sei anni. Un’oscura, inspiegabile attrazione la spinge, infatti, a desiderare la compagnia della ragazza.Quando perciò Chiyoko le confessa di essere stata ripudiata dai genitori a causa della propria omosessualità e di voler fuggire, andarsene per sempre e raggiungere il posto che ha la fama di possedere il cielo e le stelle più belli di tutto il Giappone, Izumi, dapprima terrorizzata dalla prospettiva della fuga con una giovane donna, inizia a considerare affascinante l’idea di un posto nuovo dove poter ritrovare se stessa, le sue idee, la sua libertà. Con i soldi del divorzio acquista un vecchio pulmino Volkswagen, ci infila dentro il minimo indispensabile e lascia la città insieme a Chiyoko e Sosuke, dirigendosi in un piccolo villaggio sperduto tra le montagne. Qui le due donne si occupano di rimettere in sesto una casa in rovina trasformandola in una locanda, sulla cui facciata appendono una bandiera arcobaleno che garrisce al vento. In breve la «Locanda Arcobaleno» diventa un accogliente punto di ritrovo per viaggiatori, dove le proprietarie non si limitano a offrire ristoro alle fatiche del viaggio, ma anche, e soprattutto, alle ferite dell’anima.
Il destino, però, ha approntato per Chiyoko e Izumi una prova ancora più ardua della loro fuga, la più grande sfida che la vita riserva alla forza stessa dell’amore.


Recensione

A volte si pensa di essere sbagliati o di non riuscire a sopportare il peso delle difficoltà e dei giudizi altrui. Questo, nei casi più estremi, può portare a fantasie suicide. Ma se l’esatto istante in cui stai per entrare nel mondo dei morti diventa l’occasione per restare tra i vivi e VIVERE davvero?

Ci eravamo appena conosciute, eppure mi sembrava che stare insieme fosse l’unica cosa sensata al mondo, la missione della nostra vita.

In questa storia l’amore è l’elemento chiave e viene affrontato e vissuto in tutte le sue sfumature. Nella fase dell’innamoramento, durante il primo capitolo raccontato da Izumi, è tutto troppo sdolcinato e le scelte che i personaggi compiono appaiono eccessivamente impulsive. Izumi solitamente è razionale cauta ma si lascia influenzare dall’entusiasmo che Chiyoko – più impulsiva e anticonformista –  sembra aver ritrovato dopo il loro incontro. Entrambe decidono di abbandonare le loro vite per trasferirsi in un paesino di montagna, ribattezzato Machu Picchu, per cominciare una nuova vita insieme.

La famiglia Takashima continuava a guardare avanti a testa alta, senza dare troppa importanza agli altri e concentrandosi su se stessa. Senza alzare la voce, bensì restando in silenzio e affondando pian piano le radici nel terreno, come un piccolo e grazioso alberello. 

La casa che scelgono ha bisogno di molti lavori di ristrutturazione ma la famiglia Takashima – così ribattezzata da Chiyoko unendo le prime sillabe dei loro cognomi – non si perde d’animo e lavora duramente per rendere quella catapecchia il loro nido d’amore. Chiyoko a questo punto dà il cambio a Izumi e inizia a narrare dal suo punto di vista: il suo passato, l’incontro con l’amata, la gravidanza, la nascita di Takara, gli atti di bullismo da parte dei vicini e i lavori per trasformare la loro casa nella “Locanda arcobaleno”.

Eravamo pronti ad accogliere chiunque, senza pregiudizi di sorta, la nostra casa era aperta per tutti. Doveva essere un luogo di pace e serenità, dove ognuno potesse spogliarsi anche solo per un giorno della sua corazza ed essere se stesso fino in fondo. 

E’ una lettura interessante perché non è la solita storia d’amore che analizza soltanto il punto di vista dei due innamorati. Ito Ogawa affronta il tema dell’omosessualità anche dal punto di vista dei figli della coppia; negli ultimi due capitoli infatti la penna passa a Sosuke e Takara. Il primo, figlio di Izumi, racconta al lettore i suoi ricordi legati all’incontro con mamma Chiyoko, il rapporto con la sorellina, la sua passione per il baseball, ma soprattutto lo coinvolge nel suo lavoro e nelle emozioni che prova quando offre aiuto alle altre persone. Takara, invece, avrà un ruolo più duro e porterà a conoscenza del lettore alcune cose che lo faranno ricredere e che conferiranno alla storia maggiore realismo e tragicità.

I bei ricordi possono essere uno dei principali nutrimenti della vita umana. Bisogna conservarli in salamoia o sotto miso, centellinarli al grammo e far sì che non marciscano mai.

Le trame parallele permettono di scoprire i punti di vista di tutti e quattro i protagonisti della storia oltre ad alcuni dettagli privati che non hanno condiviso con la famiglia. La storia racchiude eventi avvenuti in circa 20 anni per questo la narrazione è abbastanza veloce ma, mediante alcune pause, l’autrice riesce a caratterizzare molto bene i personaggi. I luoghi – sia chiusi che aperti – coinvolgono i sensi. Il lessico è semplice, arricchito da termini giapponesi che istruiscono il lettore sulle usanze e sui cibi orientali; è infatti presente alla fine del libro un glossario con tutte le parole citate nel testo e il loro significato.

“Si, il mondo sarebbe monotono senza noi omosessuali. Vedere sempre gli stessi colori sarebbe noioso. Noi siamo il colore diverso: anche se solo di poco, riusciamo a rendere più varia e ampia la gamma cromatica del nostro pianeta. Non siete d’accordo?”

Un romanzo delicato, evocativo, che accoglie il lettore in un mondo in cui regna l’amore e in cui i colori diversi esistono (fortunatamente) e arricchiscono l’ambiente e le persone. Si gioisce e si piange con i personaggi proprio come si farebbe con i propri famigliari; perché la famiglia Takashima in fondo è anche la nostra: una famiglia piena di colori ma soprattutto piena di amore.


Ito Ogawa

Nata nel 1973, Ito Ogawa è una nota scrittrice giapponese di canzoni e di libri illustrati per ragazzi. Con Il ristorante dell’amore ritrovato (Neri Pozza, 2010), il suo romanzo d’esordio, ha ottenuto un grande successo di critica e pubblico. Il libro si è aggiudicato il Premio Bancarella della Cucina 2011. Nel 2012 pubblica La cena degli addii (Neri Pozza). Ha un sito web (solo in giapponese) dove propone ricette di cucina.

firma


Ringrazio Neri Pozza per avermi inviato una copia di questo romanzo.

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