Il nostro amore non fa rumore – Lucia Tommasi | Recensione

Titolo: Il nostro amore non fa rumore

Autore: Lucia Tommasi

Pagine: 385 – Prezzo: 1,99 euro

Casa editrice: –


In una tranquilla vigilia di natale, Mya non ha idea di come cambierà la sua vita e la sua relazione con Carter, un ragazzo affascinante e di buona famiglia, ma con un carattere pessimo. Quella fatidica sera incontra Deran il collega di suo fratello Mason, dal fascino ribelle, scontroso e tormentato. L’alchimia tra i due è forte, cosa che le fa mettere in dubbio tutta la sua vita da un giorno all’altro.
Deran è un poliziotto con tanti problemi e dipendenze, ma sa che non può fare a meno di lei, anche se rischia di plagiarla. Non appena i suoi occhi si posano su Mya si sente perso, il suo cuore si stacca dal petto. Vuole lei. Mya è combattuta. Da un lato ha un uomo ricco e potente, dall’altra un semplice poliziotto testa calda, che la mette ogni volta nei casini. Cosa farà Mya? E soprattutto cosa succederà quando lo scopriranno il gelosissimo Mason e il violento Carter?


C’è un problema, con i romanzi rosa. Sono da sempre sottovalutati, da sempre relegati a ruolo di letteratura di consumo, da sempre considerati letture sdolcinate per donne eccessivamente e fastidiosamente romantiche e sentimentali. E sapete cosa? È vero. Ma di chi è la colpa? Del genere in sé, o degli autori che ci si cimentano? Personalmente, credo la seconda. Mi spiego. Il romanzo rosa è un genere di cui l’umanità è sempre stata satura. Una volta trovavamo gli Harmony nelle edicole, nei supermercati, nei centri commerciali. Oggi, in quei posti, continuiamo a trovarceli, ma in più hanno conquistato il web come nessun altro genere è stato in grado di fare, se si esclude la brutta e noiosa poesia di quei brutti e noiosi poeti di cui è pieno il mondo. Non a caso, quasi tutti i romanzi rosa che troviamo in giro (e questo che mi accingo a recensire non fa eccezione) non sono pubblicati da una casa editrice vera e propria, ma nascono per essere pubblicati su internet, spesso su appositi blog dedicati, e solo nel momento in cui riescono ad appassionare un buon numero di lettori (o meglio, di lettrici), ecco che vediamo gli autori optare per un’autopubblicazione, così da avere più visibilità ed essere presenti su Amazon e sui vari store online. È per questo motivo, a mio parere, che il genere ha subìto un notevole abbassamento del livello qualitativo: un’autopubblicazione esclude il fondamentale lavoro che una casa editrice seria farebbe su un testo. Parliamo di editing, correzione bozze, impaginazione, tutte fasi che vengono puntualmente ignorate dagli autori che si autopubblicano, o che vengono comunque svolte con una tale superficialità che il prodotto finale non può che essere scadente. Voglio dire, provate a comprare un ebook di un romanzo rosa, e nella maggior parte dei casi avrete l’impressione di trovarvi tra le mani un semplice documento pdf scritto di getto al computer. E questa, purtroppo, è esattamente la sensazione che ho avuto leggendo “Il nostro amore non fa rumore”, di Lucia Tommasi.

Non me ne voglia l’autrice, ma il testo è davvero troppo pieno di errori grammaticali, congiuntivi mancati, virgole inesistenti e una forma a dir poco elementare e mediocre. C’è da dire che si legge scorrevolmente, perché la Tommasi pare avere dimestichezza col genere e disegna scene immediate che, seppur già viste in tutte quelle commedie romantiche che la tv passa durante il pomeriggio, il lettore riesce a seguire in modo semplice e veloce. Questo però non è necessariamente un merito: un conto è scrivere un periodo di forte immediatezza ma che abbia allo stesso tempo una forma impeccabile, e un conto è scrivere frasi semplici con una punteggiatura approssimativa come se ci si trovasse a scrivere un messaggio su WhatsApp. La Tommasi fa questo: scrive come se stesse raccontando la vicenda alle sue amiche senza preoccuparsi del fatto che, nel momento in cui scrivi un libro, dovresti non solo raccontare una storia in modo efficace (il che è importantissimo) ma dovresti cercare anche di fare della letteratura.

Ecco, non me la sento di definire questo libro un buon prodotto letterario. In un certo senso fa il suo dovere, cioè si pone come genere d’intrattenimento, come letteratura di consumo, tiene compagnia e sicuramente avrà appassionato le affezionate fans dell’autrice, però onestamente la letteratura è altro.

Ma analizziamo la storia un po’ più nello specifico, così da spiegare meglio quanto espresso finora. La storia vede come protagonista Mya, giovane e ovviamente bella ragazza americana che aspira a lavorare come disegnatrice nel mondo della moda. È fidanzata con Carter, rampollo di una ricca famiglia ma con un carattere geloso e possessivo che rasenta lo psicopatico. Non meno geloso è Mason, fratello di Mya che fa il poliziotto e che, se fosse per lui, terrebbe la sorella segregata in casa. Va tutto più o meno bene finché Mya non conosce Deran, collega di suo fratello, e che per immaginarvelo dovete pensare allo stereotipo di figo maledetto da film americano: un duro dal cuore tenero, scapestrato, playboy, e con un problema di tossicodipendenza da cocaina, giusto per renderlo ancora più maledetto e risvegliare il lato da crocerossina di ogni lettrice che si rispetti.

Mya e Deran vivono la loro storia in segreto, per una serie di ragioni. La prima è che lei è ufficialmente fidanzata con Carter, seppur con qualche problema, ad esempio il fatto che il rampollo abbia ogni tanto il vizio di metterle le mani addosso. La seconda è che suo fratello Mason, essendo molto protettivo nei suoi confronti, e conoscendo la tossicodipendenza e la fama di cattivo ragazzo di Deran, fa di tutto per tenerli lontani. A un certo punto il risvolto della vicenda è un po’ inquietante e sfocia quasi nel thriller, dal momento che Carter perde definitivamente il controllo e finisce per rapire, picchiare e stuprare la povera Mya. Allora toccherà al principe azzurro Deran liberarla… Ora, non sveleremo i dettagli della storia (anche se non esistendo romanzi rosa che non abbiano il lieto fine, il “vissero felici e contenti” è piuttosto scontato), ma vorrei che ci concentrassimo su un paio di elementi che rendono il libro, come accennato, un prodotto piuttosto mediocre.

La prima cosa è la scarsa originalità delle scene e delle situazioni. Un esempio su tutti: durante una cena in famiglia, quel birbantello di Deran ne approfitta per mettere una mano sulla coscia di Mya, per poi salire e regalare qualche brivido alla ragazza, in bilico fra la libidine e il timore di essere scoperti. Per fortuna a un certo punto la mamma si alza dicendo di dover andare in cucina a prendere il dolce, e Mya ne approfitta per alzarsi di scatto in un “lascia che ti aiuti, mamma!” e sottrarsi così alle sapienti mani del dongiovanni. Il punto è: esiste una scena più inflazionata di questa? Perché mai prendere una scena presente in migliaia di film e riproporla per filo e per segno? Proprio non me lo spiego, o forse sì: trattasi di scarsa fantasia.

Poi ci sarebbero alcune espressioni che mi hanno lasciato alquanto perplesso, ma mi rendo conto che facciano parte di un certo slang, per la precisione quello delle lettrici dei romanzi rosa. Mi riferisco, ad esempio, alle descrizioni di Deran quando si veste indossando la divisa da poliziotto, e viene detto di lui che “i pantaloni aderenti lo fasciavano in modo illegale”. Dài, no. Non si fa. Non si può dire una frase del genere e pretendere di fare un prodotto letterario di qualità. Senza contare che la stessa identica espressione, “in modo illegale”, viene ripetuta almeno tre o quattro volte durante tutto il libro. Ritengo sia un’espressione davvero pacchiana, e se c’è qualcosa che dovrebbe essere illegale, è proprio il suo uso da parte di uno scrittore.

Ma al di là di questi discorsi estetici, è un’altra la questione che mi ha davvero infastidito. Come detto, Mya si ritrova purtroppo circondata dalla gelosia: quella del suo fidanzato Carter – il cattivo della storia, e quella “benevola” di suo fratello Mason. La cosa che non mi è andata giù è che l’autrice sembra non condannare particolarmente questi atteggiamenti, né per bocca della protagonista né come narratrice onnisciente. Può sembrare un voler trovare il pelo nell’uovo, ma non è così: il fatto è che in un’epoca in cui ascoltiamo tutti i giorni al telegiornale storie di femminicidi, casi di stalking, episodi di violenza sulle donne, mi infastidisce leggere di un personaggio che quasi considera normale questo tipo di gelosia. Lo si evince da frasi come “vorrei iscrivermi in palestra, ma non credo che Carter approverebbe, e sinceramente non ho voglia di litigarci”. Perfetto, una donna che rinuncia alla palestra per via della gelosia del suo fidanzato, e nemmeno una parola su come questo non sia giusto. Nessun moto di ribellione. Nessuna presa di coscienza. Il problema è che queste cose accadono davvero nella realtà, e se c’è un messaggio da passare, anche attraverso il racconto di una storia, è che non è normale che queste cose accadano. Questo, la Tommasi non lo fa mai, e sinceramente mi è dispiaciuto. Non che fosse tenuta a lanciare messaggi positivi o a dare un senso morale al suo lavoro: un libro non deve necessariamente farlo. Ma l’impressione che ci si fa del personaggio di Mya è quella di una donna che considera normale e accettabile anche il rinunciare a indossare una gonna o un vestito troppo corto per non ingelosire il proprio uomo. E non è un esempio casuale, perché scene di questo tipo nel libro sono presenti a più riprese. Forse sarebbe il caso di stare più attenti, nel trattare certi argomenti. Ripeto, un autore non ha il dovere di svolgere una funzione sociale, ma ritengo che l’argomento sia troppo delicato per presentarlo in questo modo.

Chiedo scusa se mi sono dilungato su questo punto, ma ho ritenuto fosse un aspetto non di poco conto per recensire questo libro, che in definitiva possiamo dire essere un romanzo rosa che fa il suo, certo, appassionando le lettrici con una storia tormentata fra una brava ragazza e un classico “bello e dannato”, ma devo essere onesto, e trovo che le imprecisioni di forma e di stile non possono che comprometterne la qualità, catalogandolo fra i tanti pdf che affollano il web a uso e consumo di un pubblico non troppo esigente.


Lucia Tommasi ha venticinque anni e vive in un piccolo paese della Sicilia. Ama leggere, scrivere e ama molto gli animali. Fin da piccola ha sempre avuto una fantasia smisurata e non appena è cresciuta, incoraggiata dalle fan di Facebook ha iniziato a pubblicare in digitale, riscuotendo un moderato successo.


Recensione a cura di:

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