Il garzone del boia – Simone Censi | Recensione

Titolo: Il garzone del boia

Autore: Simone Censi

Pagine: 177 – Prezzo: 3,99

Casa editrice: Elison Publishing

Keywords: esecuzione, boia, morte.

Voto: 5/5


Acquistalo qui


Ambientato nell’Italia dell’Ottocento, “Il garzone del boia” è la storia romanzata del più celebre esecutore di sentenze capitali dello Stato Pontificio, Giovanni Battista Bugatti detto Mastro Titta, raccontata dal suo aiutante, comprato per pochi soldi dalla famiglia di origine per farne il proprio garzone.
Una visione assai diversa, a volte in contrasto con quella del proprio Maestro che vede il mestiere del boia come una vocazione, mentre per il buon garzone è solamente una scelta obbligata dalla quale fuggire alla prima occasione.
Gli eventi si susseguono tra le esecuzioni di assassini e le storie vissute dai protagonisti o raccontate dal popolino sotto la forca.
Il Maestro cresce il proprio aiutante iniziandolo anche alla lettura e alla scrittura, così che il romanzo presenta una doppia stesura.
Una prima, in corsivo, fatta dall’aiutante alle prime armi, con un linguaggio spesso forte e colorito e una seconda riscrittura, quando oramai avanti con l’età su consiglio del suo analista, riprende in mano questa storia per fuggire dai fantasmi che ancora lo perseguitano.


“Il garzone del boia” è la storia romanzata di Gianbattista Bugatti, conosciuto dai più come “er boja de Roma”, o come Mastro Titta, il celebre esecutore di sentenze capitali dello Stato Pontificio. Siamo alla fine del 1800. Mastro Titta iniziò il suo mestiere a 17 anni. In 68 anni di carriera fu l‘esecutore di più di 500 sentenze di morte. A raccontarci la sua storia è il suo garzone; non il conosciuto Vincenzo Balducci, che lo accompagnò negli ultimi anni di attività e prese il suo posto. A narrare la sua storia è il giovanotto che in tenera età, forse a causa della sua gamba più corta, fu venduto dai suoi familiari a Mastro Titta, che lo iniziò alla carriera di boia. La storia è ben documentata, ed i nostri protagonisti si spostano per lo più lungo la via Franchigena, tra Umbria, Toscana, Lazio. Molto belli ed interessanti gli spaccati in dialetto che accompagnano gli intramezzi in cui si alternano gli appunti del boia e scritture dello stesso garzone. Mastro Titta credeva nel suo lavoro: i condannati nuocevano agli uomini, e di conseguenza a Dio, quindi i condannati meritavano l’esecuzione. Tra il garzone e il Maestro si era instaurato un rapporto  paterno, nonostante l’orrore del mestiere c’era stima, affetto.
“Ripensandoci adesso a distanza di anni, rivedo l’immagine del mio Maestro come Dante poteva aver visto la figura di Caronte, che trasportava le anime dei dannati verso l’inferno, con la differenza che il demoniaco traghettatore non aveva certo il mandato di porre fine alla vita di chi morto già lo era. “

L’opinione.

Non conoscevo la figura di Mastro Titta. In storia sono sempre stata un disastro! E non mi aspettavo di far la conoscenza di un protagonista dei tempi passati. La narrazione è fluida. Non si tratta di un resoconto biografico. Il garzone del boia è la storia di una vita. La storia del garzone che per caso si è ritrovato ad essere il boia. Un personaggio temuto e odiato nei tempi che furono. Una lettura a tratti macabra, cruda nelle descrizioni, ma indubbiamente interessante. È sempre una piacevole sorpresa inbattersi in romanzi che ci ricordano un pezzo della nostra storia.

 


Recensione a cura di:

rita calistri
Precedente Ritornare a casa - Liliana Onori | Recensione Successivo Book Haul - Febbraio 2019