Come se fossimo già madri – Silvia Algerino | Recensione

come se fossimo già madri

Titolo: Come se fossimo già madri

Autore: Silvia Algerino

Casa editrice: BookaBook

Pagine: 111 – Prezzo: 12,00

Keywords: Confidenze, ricordi, famiglia


Margherita si trova in ospedale, dove ha appena partorito la piccola Amanda. Nei suoi giorni di degenza incontra altre madri: Maria, immigrata rumena al suo quinto parto, Rosalba, giovane pianista, e Matilde, ex compagna di liceo con cui la protagonista non ha rapporti dai tempi della scuola. Un evento tragico, la morte improvvisa della madre di Rosalba, spinge le quattro donne a raccontarsi a vicenda, in una notte lunghissima fatta di allattamenti e pianti. Ognuna di esse nasconde un segreto: un piccolo dolore che attende di essere svelato. Ogni racconto diventa così un percorso simbolico, tra dubbi e incertezze, su che cosa voglia dire essere madri e sul passaggio dalla condizione di gli a quella di genitori. L’ultimo signi cativo incontro, proprio al momento delle dimissioni, avviene con Lucrezia, giovanissima ragazza ricoverata nello stesso reparto per un aborto volontario.


Il palcoscenico di questa storia è una stanza d’ospedale e le protagoniste sono cinque donne di età diverse. La nascita dei loro figli è apparentemente l’unica cosa che le accomuna e i muri della clinica incarnano gli spettatori delle loro storie. Margherita, bibliotecaria, sulla quarantina, è la voce che guida la narrazione fino a quasi metà libro. Si sta recando in ospedale per far nascere la sua primogenita, Amanda. E’ sola, senza un compagno e senza un padre per sua figlia. I posti letto nella camerata permettono di ospitare altre tre donne: Maria, una signora rumena al suo quinto parto; Rosalba, una giovane pianista al primo parto; Matilde, amica di scuola di Margherita, che non vede e non sente da vent’anni. L’atmosfera inizialmente è sterile, quanto l’ambiente. Ma quando viene a mancare la madre di una delle partorienti, il clima cambia. Il dolore di una diventa l’occasione, per le anime di tutte, di venire alla luce e vedersi davvero, ascoltarsi e confrontarsi. Si crea una bolla, fragile e preziosa, che soltanto lo scambio di confidenze delle quattro partorienti permette di non far scoppiare.

Potrei dire, con un eufemismo, che ci sentivamo come se fossimo al cinema. Il mondo, là fuori, era il nostro film. Noi sulle poltrone del nido avevamo lasciato la nostra impronta, la nostra forma. Le vestivamo quasi ci fossero state cucite addosso e ci proteggevano con la stessa accoglienza della sala delle proiezioni, luci basse e calore soffuso. Per così dire, stavamo lì a mangiare pop-corn e a coccolarci i nostri bambini.

In una notte, in poche ore durante l’allattamento, ognuna di loro racconta la propria storia. Maria riaffronta il dolore di abbandonare i propri figli e il proprio paese alla ricerca di un futuro migliore per la propria famiglia; Rosalba svela i segreti che i genitori hanno cercato di tenerle nascosti; Matilde scosta leggermente la maschera di donna invincibile, lasciando intravedere le fragilità di una semplice madre amorevole; e infine Margherita, affronta il fantasma di quell’uomo che dovrebbe trovarsi al suo fianco ma che invece non c’è.

...Perchè non si possa più dimenticare che non amare, sia per troppo sia per troppo poco amore, è l’unica colpa dell’essere genitori.

Lucrezia è l’unica ragazza che non condivide con loro quella notte, perchè incontrerà Margherita solo il giorno delle sue dimissioni. La ragazza si trova lì per un aborto volontario e la decisione dell’autrice – di posizionare la sua storia alla fine, senza approfondirla particolarmente – permette di non intaccare l’intimità della scelta, portando però il lettore a trarre le proprie conclusioni seguendo l’istinto.

Non sapevo se ce l’avrei fatta. Non avevo le certezze date dal sapere e dalla scienza di Matilde, non avevo la saggezza contadina di Maria, non avevo nè il talento nè la sensibilità di Rosalba. Io ero una triste via di mezzo. Avevo la convinzione che in ognuna di loro ci fosse una parte di verità, ma non quella verità assoluta a cui aspiravo io, quella che ricercavo e e a cui tendevo da tutta la vita e che, a furia di inseguirla, mi aveva lasciata a piedi. Come avrei potuto essere una buona madre per la mia bambina? Non ne avevo idea e ciò mi faceva paura.

La narrazione è dettagliata e il linguaggio è ricercato. E’ facile immedesimarsi e condividere i sentimenti delle protagoniste. Nonostante la poca dinamicità del presente il fatto di ripercorrere i ricordi permette di non annoiarsi e conferisce al ritmo narrativo una buona velocità.

A discapito del titolo, “Come se fossimo già madri” non affronta in pieno il tema della gravidanza, ne ha però stabilito il punto di partenza per l’intreccio dei vari racconti. Il tema principale rimane comunque la famiglia, l’essere genitori e l’essere figli; ruoli, questi, che comportano scelte e responsabilità stabilendo chi siamo veramente, nonostante errori e difficoltà.

Ora che avevo una figlia sentivo quel legame interrotto ancora più forte e avevo la sensazione di comprendere come nell’amore il confine tra tristezza e serenità fosse senza spazio: una striscia invisibile.

“Come se fossimo già madri” è una lettura intensa, delicata e preziosa, come i racconti che raccoglie. E’ un libro breve, che non può mancare nella libreria di una donna e che potrebbe rivelarsi un regalo gradito per la propria figlia o per la propria madre.

Silvia Algerino è nata a Biella e si è laureata in Lettere Classiche nel secolo scorso. Attualmente lavora per il web e si occupa di comunicazione creativa con particolare attenzione al mondo del no-profit. La trama del suo romanzo “Come se fossimo già madri” è stata selezionata da Luciana Litizzetto nel suo blog Cicapui tra le idee letterarie degne di attenzione.


Ringrazio la casa editrice per avermi inviato una copia del libro.

 

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