I balordi di Tulear – Daniele Vacchino | Recensione

Titolo: I balordi di Tulear

Autore: Daniele Vacchino

Pagine: 68 – Prezzo: 13 euro

Casa editrice: Eretica Edizioni


Madagascar, anno 2009. Nei giorni della caduta del presidente Marc Ravalomanana, un gruppo di italo-francesi progetta un colpo al portavalori di una banca di Tulear. Si tratta di Jean Marie Valbuena, ex combattente dell’OAS con un trascorso nelle carceri di Parigi, Bruno Rondano (detto Robert), professore in pensione con il vizio delle donne, e Bartolomeo Resti, ex croupier del casinò di San Remo con frequentazioni nei gruppi neofascisti. Sono uomini al capolinea, vecchi arnesi in secca sulle spiagge malgasce, coperti di debiti e strangolati dai bisogni. Si tratta di unire le forze e organizzare una batteria per fare il colpo della vita.


balordi di tulear“I balordi di Tulear” di Daniele Vacchino ha per protagonisti dei balordi. Lo so, sembra un’affermazione scontata, ma vi assicuro che non è affatto così, perché il mondo è pieno di scrittori che hanno la presunzione di voler creare personaggi cattivi e poi non ci riescono neanche lontanamente. Se poi volete sapere perché uno scrittore voglia creare personaggi cattivi, qui la risposta è scontata davvero: la risposta è che i bastardi sono quasi sempre maledettamente interessanti, molto più di quanto riescano ad esserlo i buoni. Il problema però, come accennato, è che creare eroi negativi è difficilissimo, e buona parte degli scrittori che ci provano finisce per schiantarsi come una mareggiata di intenzioni più o meno buone sugli scogli della banalità e del fallimento letterario. Ma fortunatamente non è il caso di Vacchino: i balordi protagonisti del suo romanzo sono davvero, e dico davvero, dei balordi. Andiamo però con ordine, e cerchiamo innanzitutto di capire di cosa stiamo parlando.

Stiamo parlando di un romanzo che potremmo definire “noir”, edito da Eretica Edizioni, ambientato in un Madagascar afflitto dal degrado, dalla povertà e dalla criminalità imperante, durante i giorni della caduta del presidente Ravalomanana. E ad aggirarsi per le vie di questo squallore malgascio fatto di corruzione e violenza troviamo Jean Marie Valbuena, ex combattente dell’OAS, il professore in pensione Bruno “Robert” Rondano, e Bartolomeo Resti, detto Meo, ex terrorista di estrema destra. I tre, con l’aiuto di altri complici, progettano un colpo al portavalori di una banca, con l’intenzione di scappare poi in qualche posto sperduto e assicurarsi col bottino una vecchiaia tranquilla.

Ma fin dall’inizio le cose non girano per il verso giusto: ognuno dei protagonisti ha infatti i suoi demoni da combattere, e Vacchino è bravo a mostrare come i demoni non abbiano l’abitudine di starsene in un angolo ma preferiscano dare continue testimonianze tangibili della propria esistenza. Eccoli allora venire allo scoperto e mettere i bastoni fra le ruote ai balordi, che quei demoni li hanno nutriti e allevati nel corso della loro vita. Già, perché sono proprio le singole tragedie personali dei personaggi a mettere continuamente in discussione la buona riuscita del colpo al portavalori, quelle tragedie che si piazzano lì davanti agli occhi del lettore come espressione difficilmente equivocabile dell’esistenza cruda e ostile che i personaggi hanno fino a quel momento condotto.

Ed in sostanza questo è il quadro che l’autore vuole proporci: una realtà degradata, raccontata in un modo asciutto che non lascia spazio a vagheggiamenti idealistici e intriso di un cinismo quasi mai banale. Ed è notevole come questo stile asciutto venga mantenuto intatto durante l’intera narrazione, se si escludono alcune componenti che ho trovato piuttosto ridondanti, come un eccessivo uso delle note a piè di pagina (che spesso disturbano e rallentano non poco la lettura) e qualche pasticcio tecnico qua e là. Mi riferisco, con “pasticcio tecnico”, a quando per esempio Vacchino parla di Bartolomeo Resti, il terrorista fascista che come ho già detto è soprannominato Meo, e che viene chiamato ogni tanto “Bartolomeo”, poi nella frase successiva “Meo”, in quella dopo ancora “Resti” e qualche volta non ci si fa mancare di identificarlo per intero, con nome e cognome. Sembra un’inezia, e magari lo è (fino a un certo punto), ma in un paio di occasioni mi si era creata un po’ di confusione in testa, e non ricordavo più se Resti e Meo fossero la stessa persona, col risultato che dovevo tornare indietro di qualche pagina per chiarirmi le idee sull’identità del balordo in questione.

Lo stesso accade quando gli altri personaggi vengono chiamati “il francese”, nel caso di Jean Marie Valbuena, o “l’italiano” oppure “il professore” nel caso di Bruno Robert Rondano, e per molti altri personaggi secondari che via via entrano ed escono dalla vicenda principale. Ma in generale, più che di pasticcio tecnico, credo le cause di questa confusione vadano ricercate nello scarso approfondimento dei singoli personaggi: Vacchino ci prova a definirne i caratteri, sempre mantenendo la narrazione asciutta, ma forse in questo caso l’asciuttezza si rivela un’arma a doppio taglio, perché finisce per sfociare lievemente nell’asetticità e impedisce al lettore di “affezionarsi” ai personaggi.

Poi c’è un altro elemento, che non saprei se definire debole. Sicuramente è poco convenzionale, e questo potrebbe essere un bene anche se non necessariamente… Insomma, la faccio breve esponendo i fatti e poi ognuno pensi quello che vuole. Dunque la questione riguarda il narratore. Il narratore è Gabriele, figlio di Rondano, che però entra in scena solo nella seconda metà della storia. Quindi succede che all’inizio il narratore è onniscente, e non si ha la minima idea di chi si tratti. Poi questo narratore onniscente della prima metà smette improvvisamente di essere esterno alla vicenda e ne diventa protagonista, identificandosi come Gabriele, divenendo complice dei balordi ma continuando, allo stesso tempo, ad essere onniscente… Beh, che dire, l’ho trovata una scelta sicuramente arguta e impavida, ma non so fino a che punto risulti così lineare e credibile. Quindi posso apprezzarne il coraggio, ma non posso nascondere la puntina di insoddisfazione e perplessità che mi è rimasta in bocca.

Ma al di là di questo, posso dire che nel complesso l’atmosfera generale della vicenda è molto ben restituita al lettore, che si ritrova in un noir duro e disincantato e al tempo stesso elegante nel porsi all’interno del genere in questione. Si tratta di un libro in cui non ci sono artifici retorici di nessun tipo, né si perde in quelle mediocrità da certi romanzetti di serie B che non sembrano buoni nemmeno come bozza per la sceneggiatura di una fiction televisiva da quattro soldi. E questo, che a mio parere dovrebbe essere la normalità, è qualcosa a cui attribuire il giusto merito.


Daniele Vacchino, nato a Vercelli nel 1982, è laureato in Lettere e in Economia. Nel 2013 ha scritto con Davide Rosso il noir Acqua alla gola, scaricabile su lulu.com. Sullo stesso sito è disponibile il romanzo nichilista Se le notti all’inferno. Ha pubblicato il libro di poesie Deriva (Montag Edizioni, 2016) e il thriller gotico La mantide (Il Foglio Letterario, 2016).


Recensione a cura di:

giuliano petrigliano tracce d'inchiostro


Ringrazio l’autore per avermi inviato l’ebook.

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