Ambrose – Fabio Carta | Recensione

Titolo: Ambrose

Autore: Fabio Carta

Pagine: 212 – Prezzo: 15 euro

Casa editrice: Scatole parlanti

Keywords: fantascienza, introspezione, complessità


Controllore Ausiliario – CA – è uno dei pionieri ad aver sposato la causa della missione Nexus, la frontiera virtuale dove scrivere un nuovo e pacifico capitolo della storia umana. Ma durante la preparazione terapeutica, il suo corpo rimane vittima di danni irreparabili. Logorato dalle metastasi, è costretto a vivere in una speciale tuta eterodiretta da pazzi esaltati, che combattono una guerra in bilico tra realtà e spettacolo. Il suo destino è la morte, mentre un suo gemello elettronico continuerà a simulare la sua esistenza nel ciberspazio. L’infelicità di CA – figlio delle stelle, alieno agli usi terrestri – subisce uno stravolgimento con la comparsa di Ambrose. Un’entità che si presenta come una rosa stillante ambra, una irriverente voce che lo guida verso sviluppi imprevedibili. Come ribellarsi al proprio destino e scoprire cosa si cela realmente dietro i grandi cambiamenti ai quali l’umanità dovrà far fronte.

“Dieci anni di guerra totale, nucleare, apocalittica; metà dell’umanità morta o moribonda, l’altra fuggita nello spazio o nei bunker sottoterra, stilata in scatole di metallo piccole e spartane, in cui la tavola da pranzo era una fleboclisi e il cesso una sonda colonica sprofondata nelle viscere.Una vita dove il sonno era uno stordimento chimico, i profumi un inganno, l’alba una sinapsi programmata. Il senso di milioni di vite appeso all’aspettativa di una felicità virtuale; vivevano vegetando in attesa di questo, qualunque cosa significasse, della pace, chissà (…)”

Il nostro protagonista, CA (controllore ausiliario 209), soprannominato con suo disappunto Fleshy, é uno spazionoide che combatte sulla Terra per conto della Missione Nexus, di cui sposa la causa. Oltre a promuovere nuovi progressi per l’umanità, questa si pone l’obbiettivo di porre fine alla diatriba con la Jihad Islamica ed alle devastazioni della terza Guerra Mondiale, ristabilendo la pace. CA combatte guidando una esotuta, ovvero un robot antropoformo di dimensioni gigantesche. Viene pilotato a distanza dai V.I.P.s, fautori del Patto Atlantico, che lo usano come un burattino, prendendosi il merito delle sue vittorie, ma non risparmiandogli però tutto il dolore fisico. A causa di un innesto sbagliato CA ha il corpo pieno di metastasi ed ha la convinzione che il cancro lo porterà presto alla morte.

“Vittima di un tedio soffocante, l’uomo provò a trascinare il sole giù verso l’orizzonte,ghermendolo tra i polpastrelli e arrossando subito tutte le tonalità verdeggianti del paesaggio;ma il tramonto non fece che aumentare quel suo intimo senso di caducità, la sua melanconia, la sua angoscia. Quindi con un buffetto il disco luminoso tornò dov’ era, annullando il melanconico tramonto e ripristinando l’eterno mezzogiorno dell’artificio campestre in cui, strascicando i piedi in tondo, l’uomo riprese nervosamente ad attendere”.

A causa della malattia e di tutte le elucubrazioni che lo attanagliano, CA fatica a trovare una sorta di pace con se stesso, e a districarsi tra realtà, sue presunte allucinazioni, e il virtuale. Qui entra in gioco Ambrose, personaggio al limite della schizofrenia, che lo guiderà nelle fasi più decisive del racconto. 

“Mi chiamo Ambrose”. La musicalità di quel nome stordi’ CA, beato dai gentili, femminei sottintesi di quegli ipnotici fonemi, quasi gli fossero stati scanditi da grosse, provocanti labbra tumide; labbra di donna, oppure di rosa, proprio l’enorme rosa dai petali traslucidi e dorati del suo ambiguo sogno floreale, aspergenti gocce del soave liquido melato tanto caro agli dei immortali”.

Ognuno dei nove capitoli ci accompagna nel delirio di CA, e attraversandolo insieme a lui, ci aiuta a conoscere la sua alienazione ed il suo carattere complesso. Il racconto é scritto in uno stile un po’ complicato, forbito, a volte utilizzando parole desuete. Non l’ho però considerata una pecca nella narrazione, ma anzi, una sua positiva peculiarità. Ammetto pero’ di aver impiegato qualche pagina più del solito per entrare nello spirito del racconto, causa forse qualche dialogo per me al limite del comprensibile. È valsa comunque la pena non gettare subito la spugna. La storia c’è, e non si tratta solo di fantascienza (confesso, non proprio il mio genere preferito!). Lo scenario che ci viene presentato ha molte similitudini con la nostra realtà, e molti sono i parallelismi che ci propone. La considero una buona lettura per iniziare ad avvicinarsi al genere.

“Poiche’ la mano del folle ha dolcemente rimboccato le coperte della nostra declinante civiltà, e ora, nel crepuscolo, sta preparando il nostro ultimo pasto serale a base di latte e di moralità; egli è pronto ormai a richiudere il coperchio della nostra tomba universale.Quando noi tutti ci saremo ritirati nella notte dell’Eterno oblio, instancabile, il folle-lui si- continuerà a lavorare, scrivendo una storia della civiltà dell’uomo, destinata però a non esser letta da nessuno”.


Fabio Carta, classe 1975, è appassionato di fantascienza e dei classici della letteratura. Laureato in Scienze Politiche con indirizzo storico, ha al suo attivo la saga fantascientifica Arma Infero, una serie che a oggi conta due romanzi (Il mastro di forgia, 2015 e I cieli di Muareb, 2016) e il racconto lungo Megalomachia (Delos Books, 2016), scritto unitamente alla finalista del premio “Urania 2016”, Emanuela Valentini. Ha inoltre partecipato con importanti firme della fantascienza italiana all’iniziativa benefica Penny Steampunk (2016), da cui è nato un volume di racconti fantastico-weird a cura di Roberto Cera.


Recensione a cura di:

rita calistri
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